ultimo giorno di sicilia

21 Agosto 2006

questi ultimi giorni di sicilia sono stati dedicati al mare, agli amici e ai parenti.
messa da parte la macchina, ci siamo abbandonati ai sapori e ai ritmi di vita di mare.
giorni di serenità, di piaceri. di tempi lenti e cose semplici, di abitudini prese a prestito subitamente.
le cene ciclicamente organizzate su invito di zii, cugini e amici, hanno avuto sempre un tema dominante; arrosto di agnello o di salsicce cunzate (aromatizzate) alla brace, cus cus, spaghetti al ragu’ o al pomodoro con melanzane fritte, pesce spada e pizza al forno, domestico. e poi i dolci, cassatelle, cannoli o genovesi, a braccetto con il passito di pantelleria, sempre di produzione domestica.

Siamo partiti in tarda mattinata, e come era ovvio immaginare, ben piu’ carichi della partenza; vini, liquori e ceramiche, su tutto. Il viaggio di ritorno, è stato fin troppo faticoso. Siamo arrivati a Bisceglie in serata. Ancora mi tremano i polsi e mi fanno male le cavigne. Notte.

luc

 

Abbiamo bevuto un buon caffè. L’Etna lo si vede un po’ meno abbronciato, oggi, e ci annuncia una bella giornata. Dobbiamo salire ancora un po’, in direzione Messina. Se ne abbiamo la forza, stasera torneremo alla base, a Maurausa (TP). Facciamo i bagagli, e ci rimettiamo in pista; il mare alla nostra destra e l’Etna alle spalle, sulla sinistra.

Taormina: Taormina la si vive da diverse distanze panoramiche. La si scopre già dall’autostrada, immersa in una ricca vegetazione. Per toccarla, occorre faticare un po’; lasciare la macchina in un parcheggio custodito, prendere un bus e farsi lasciare alla prima porta. La gente è tanta, qua. Si vede che Taormina è meta turistica. I negozi sono tanti, fitti, e le donne che guardano dentro hanno poco della Sicilia che abbiamo vissuto in questi giorni; ma sono botteghe per la maggior parte artigianali o d’ospitalità.
Facciamo la strada verso il Teatro Greco. Basta salire poche scale, e ci viene addosso una distanza eterna, un orizzonte sconfinato che arriva ovunque, almeno su di un fianco, quello costiero. C’è anche un pezzo di cielo, ma non è tutto; il suo azzurro sta sopra noi, ma lo sguardo porta sul dorso di questa parte d’isola, sul suo litorale, sulla sua nervatura, così interminabile. Davanti a noi una costa senza fine: baie, porticcioli, piagge, spiaggette e mare a perdita d’occhio, in un prezioso ricamo. In alto, a destra, l’Etna.
La cavea del Teatro Greco, adagiata su questa terrazza celeste, si inserisce in armonia nonostante la sua monumentalità. Scavata in parte nella roccia e cinta da nove cunei, alla sommità dei quali è un porticato, ha un palco con una scena fatta di resti di colonne, archi e mura romane; dietro, quello stesso infinito orizzonte naturale citato prima.
Stanno disallestendo le scenografie di un’opera; tutto è ancora vissuto.
Ci sediamo ad ascoltarlo, sui gradini.
Torniamo al centro di Taormina dove ha inizio Corso Umberto, la principale via della cittadina. Tutto è ben curato, di gusto. Sfiliamo tra bei palazzi e chiese, caffè e ristoranti, fino alla piazzetta con belvedere.
Ci sediamo.

L’Isola Bella: Sotto Taormina abita l’Isola Bella, la sua marina. Scendiamo pochi chilometri prima di raggiungerla. La strada costeggia il crinale della costa; la sua presenza ci appare repentina, di profilo. L’acqua pare di sorgente, la sua forma disegnata. La unisce alla costa un sottile e sottile ramo di rena. Pare d’arte.

luc

il viaggio

17 Agosto 2006

“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, veder di giorno quel che si era visto di notte, con il sole dove prima pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui posti già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre”

Josè Saramago, Viaggio in Portogallo

Siracusa: Siamo arrivati a Siracusa di notte. Decidiamo di dedicarle tutta la mattinata, partendo da Ortigia, l’isolotto che poggia sul mar ionio, e che ne è anche il suo centro storico. L’effetto notturno di ieri sera, quei violetti curati, quelle piazzette che si aprono di sorpresa, il mare abbracciato all’orizzonte, ci avevano resi sereni.
E’ il Tempio di Apollo ad accoglierci; ne resta poco, ma conserva ancora una sua forza. Poche colonne doriche, basse, raccolgono l’eredità di uno dei templi piu’ antichi della Sicilia (VI° secolo a.c.). A poca distanza Piazza Archimede, un po’ piu’ in alto, che aggiunge poco.
Ci siamo sforzati di resistere, ma la tentazione di assaggiare i dolci della rinomata Pasticceria Ottocento ci ha fatto provare un piacere monumentale; il sapore del cannolo spero di conservarlo a lungo. La mia memoria di pancia, del resto, mi offre piu’ garanzie di quella ospitata sotto la corteccia cerebrale.
Raggiungiamo Piazza Duomo, che si apre a ventaglio; ci offre un’accoglienza delicata. Il duomo è sotto restauro, ma la piazza rimane viva.
C’è gente, lenta.
Ed un cielo profondo, sopra tutto. La sua dritta linea orizzontale fa sentire tutto piu’ ampio soprattutto sul lungomare, vitale e rumoroso, pieno di caffè e ristoranti. Ci affacciamo alla Fonte Aretusa, antichissima sortente di acqua dolce; Pindaro e Virgilio ne hanno fatto memoria.
La presenza di Pindaro, Virgilio, Archimede, Teocrito e Apollo si fanno ancora sentire.
Messe da parte le leggende, siamo pronti per il Teatro Antico, la zona archeologica fuori dall’isolotto. Sono i resti dell’Ara di Ierone (III secolo a.c.) ad aprire la scena; è il piu’ grande altare ellenico dell’antichità. E’ immerso in un ampia vallata verde e circondato da alberi; sopra un cielo tondo. Chissà, a quei tempi.
La roccia del Colle Temenite alle spalle ed il mare come terza, fanno la scena del Teatro Greco, una meraviglia del V secolo a.c che toglie il fiato. Le immagini, le foto, i filmati non raccolgono la sua anima. La cavea è profonda (67 ordini di gradini, al tempo). Il tempo si ferma e ti apre l’immaginazione.

Catania: La strada per Catania è breve. L’ingresso dall’autostrada ci conduce alla prima metropoli del nostro breve viaggio. Ci ha fatto compagnia, negli ultimi chilometri, un banco di nuvole intrappolate dalla cima dell’Etna; la diversità di coltivazioni cancella l’impressione d’una fertilità monotona. Gli agrumeti sono abbondanti. L’azzurro ed il blu, cielo e mare, ci seguono alla nostra destra.
Parcheggiamo a ridosso di Piazza Stesicoro, con i resti dell’anfiteatro Romano (II secolo d.c.) a poca distanza. Anche Catania, come le altre città di questo versante siciliano, è stata travolta dal sisma di fine seicento; si capisce dai ricchi fregi e dettagli barocchi dei palazzi che si vanno ad aggiungere alle originali strutture normanne. Il marmo nero, gli strati lavici scuri, sono dappertutto.
Bella la passeggiata che porta al Duomo, con la Cattedrale e la Fontana dell’elefante, simbolo della città etnea; l’area pedonale pare allargare gli spazi e ci consegna una città preziosa.

Aci Castello e Aci Trezza (CT): Proseguiamo verso il lungomare di Catania, particolarmente lungo e pieno di attività. Arriviamo ad Aci Castello; facciamo una breve sosta nel belvedere, stretto ma ben curato, ai piedi del Castello che da il nome a questa comunità. Davanti a noi l’orizzonte basso del mare, a sinistra le rocce di Aci Trezza, che raggiungiamo dopo pochi chilometri.
Vedere queste rocce laviche emerse, sotto un sole che pian piano prende sonno, è una grazia. Lo assaggiamo con in piacere di un bel gelato.
Riprendiamo la strada, sempre con lo sguardo sul mare, e su questo sole di Sicilia che scende impigrito.

luc

Prima di riprendere il cammino, decidiamo di fare un salto nel centro storico di Gela, il punto piu’ alto della cittadina. Ci stupisce la vitalità, la chiassosa vitalità che si rincorre ovunque. Giovani o meno, tutti assieme, vivono la piazzetta come fosse il salotto di casa propria. Stupisce il mio interesse fotografico. Torniamo sul lungomare per imboccare la statale in direzione di Enna. Una mano al volante e l’altra con una pizzetta di forno del centro, oramai distante.

Piazza Armerina (EN) – Villa Romana del Casale: La strada è poca. Per la prima volta entriamo nel cuore della Sicilia, altrettanto panoramico ma meno vissuto. Il paesaggio è muto, assente, come assente pare l’attività agricola dell’uomo, il suo passaggio. Piazza Armerina si fa attraversare in salita, immersa in uno sfasciato degrado. Ci vogliono altri 6 km per raggiungere il sito archeologico. Ci dispiace, quando sentiamo parlare francese davanti a noi, all’ingresso, in una sgraziata fila.
Basta poco e si entra nei primi ambienti della villa romana, viva tra il III ed il IV secolo d.c., ambienti ricavati con una struttura modulare prefabbricata, arrugginita. Cerchiamo di non sfiorare niente, ma non è un bell’approccio. L’affaccio, l’affaccio su questi racconti di mosaico, ci mitiga. Il colore, in verità, pare soffrire sotto lo sporco, ma le scene, la loro disposizione, la loro fattezza, ci avvolgono. Non c’è niente di monumentale; si riconosce nella loro distribuzione, una confidenza domestica. Non furono fatti per impressionare, come quelli disposti nelle chiese o nei palazzi civici; la funzionalità privata ci consegna una serie di composizioni raffinate e ironiche, tanto da far emergere perfino la personalità dei proprietari, passioni e virtu’. Si rincorrono scene mitologiche, erotiche, maschere e danze, giochi ludici e circensi, innumerevoli scene di caccia e relative fere.
Usciamo di scena passeggiando a ridosso della zona termale.
Due ragazzi si abbracciano, all’ombra.
Come è antica la storia del mondo.

Caltagirone (CT): Mia madre ne possiede di diversa grandezza. Sono davvero squillanti i colori della ceramica di Caltagirone. Da Piazza Armerina, bastano pochi chilometri in direzione mare per raggiungerla, anche se per seguirla occorre salire i monti Iblei. Dal basso sembra un antico presepe, raccolto com’è su se stesso. Troviamo parcheggio dopo esser rimasti intrappolati nel centro storico, tra viuzze secche, macchine e strutture muratorie vacanti.
Ci accolgono due arancine, una al ragu’ ed una con impasto di verdura, ai piedi di quella che da anni è il simbolo turistico della cittadina, la monumentale “Scalinata di Santa Maria del Monte”. Terracotte, ceramiche botteghe d’artigiani sono dovunque, in lavoro perpetuo, lento.
Troviamo le indicazioni per saperne di piu’ nel Centro Turistico Cittadino, una moderna e bella struttura che esprime tutta la voglia di emancipazione del territorio; in alto, sul piano superiore, domina una scena di guerra e di storia cittadina pitturata su migliaia di piastrelle di ceramica. Saranno cento metri quadrati di fattura. L’effetto è imponente; ricorda la battaglia del Pontormo esposta agli Uffizi.
La scalinata, che collega la città alta con quella bassa, conta di 142 gradini con alzate impreziosite da ceramica decorata. Sembra di scivolare su di un manto colorato; ai lati le botteghe artigiane. Dall’alto, sterminati spazi; in basso, la città.
La pioggia ci costringe a correre via, velocemente, tra chiese, profili di campanili barocchi, portali e fregi barocchi nei palazzi storici. Fa un bell’effetto il Museo Nazionale della Ceramica, che troviamo all’interno di un parco verde cinto da numerose piastrelle colorate e decorate.

Ragusa: La Sicilia è segnata da eventi drammatici e della storia di queste storie se ne ha testimonianza fisica nelle sue città e nella sua gente. Passeggiando per Ragusa, si sente ancora il terremoto del 1693, quello diabolico, quello che ha travolto tutto. Questa parte di Sicilia l’ha sofferto nel petto, nella carne. Ragusa è tutt’ora tagliata in due, una parte nuova in alto e Ibla, in basso, la parte vecchia, barocca, interamente ricostruita nei primi anni del settecento.
Il temporale continua. Ci fermiamo per un caffè, su di una piazzetta fatta di palazzi con terrazzini finemente decorati. La parte nuova è ben curata.
Raggiungiamo la Basilica, sotto restauro.

Noto (SR) : Il desiderio di continuare il tragitto all’interno della Sicilia Barocca, ci fa proseguire verso Noto, nonostante il temporale si faccia sempre piu’ violento. L’ingresso marca subito la distanza tra la città antica – quella precedente al terremoto, dove emergono solo ruderi – e la città di Noto, ricostruita interamente in un luogo diverso. E’ un cartello che sa poco di turistico; ricorda un dramma ancora caldo. Sarà la pioggia, ma per un istante ho pensato alla morte, alla fine.
Troviamo parcheggio con facilità, a ridosso del Teatro. L’acqua si cheta, ed il tramonto ci accompagna di spalle, con un rosso inverosimile.
Pensata con uno schema ortogonale, Noto è un vero e proprio gioiello barocco; chiese, palazzi civili e privati, capitelli e fontane, risplendono di una bellezza dolce. C’è un parco che risuona, piena di canti di uccelli; è un suono infernale, fitto e continuo.
Il bel tempo tornato colora tutto.

Ripartiamo per Siracusa. E’ notte.

Si parte in ritardo, per il primo di piu’ giorni dedicati alla sicilia. Prendiamo per Mazara del Vallo. Colpisce oltremodo la regolarità e la bellezza dell’orizzonte collinare, basso e non capriccioso. La coltivazione prevalente è la vite, tracciata con cura, tra terre incolte ma pulite e pochi ulivi; l’occhio può correre su quei filari dolcemente, senza fatica.

Selinunte (TP): Passata Segesta – già conosciuta e comunque da rivedere - in poco meno di un’ora troviamo Selinunte, parco archeologico il cui insediamento originario venne stabilito nel VII secolo a.C. ed il cui nome deriva dal fiume Selinos (l’attuale Modione). La posizione del Tempio, a destra rispetto all’ingresso, impone forti emozioni. Da subito. Le pietre stesse che giacciono senz’ordine in basso, per lunghi metri, hanno una forza prepotente. Ne nasce una confidenza, tanto da farti sentire partecipe delle tragiche sorti di quelle civiltà. Tutto è immerso nel verde, come me, tra templi e santuari. Si vede il mare, tra quelle maestose colonne doriche.

Sciacca (AG): Era in programma, perché lungo il percorso che deve portarci ad Agrigento. Dopo Menfi. Sciacca si raggiunge dall’alto, bruscamente sul mare. E’ facile perdersi, e la mancanza di indicazioni testimonia un disinteresse al turismo. Chiediamo indicazioni sul centro storico; ci suggeriscono la migliore granita siciliana, al Bar Roma di Aureliano, roba da non perdere, laggiu’ a marina vecchia, al porticciolo. Parcheggiamo tra secchi di pattumiera e una rimessa automobilistica. C’è poco di bello, se non un sorriso pulito del ragazzo di bottega. C’è solo un gusto, al Limone; ne chiediamo due, con brioche; non ricordo un piacere simile. Un sapore fresco, intenso, colorato. Prendiamo una terza brioche e la inzuppiamo nel brodo di limone secco e ghiaccio rimasto in fondo al bicchiere.

Valle dei Templi (AG): Quella della Valle dei Templi è una storia di storie che si intrecciano per secoli lungo una vasta area collinare. Manca qualcosa, sin dall’inizio. Dall’ingresso, un ingresso senz’amore, senz’anima, gestito disumanamente. La valle è tagliata in due e se vogliamo visitarla tutta dobbiamo correre da una parte all’altra, cercando di attraversare una carreggiata già di per sé congestionata dal traffico. Ci accoglie subito uno dei colossali Telamoni che decoravano il Tempio di Giove Olimpico; scopriamo che è un calco, ma l’emozione è tanta. Scendiamo, verso i resti del Tempio di Castore e Polluce; rimangono quattro colonne e poco piu’, ma confondono i pensieri. Non ricordo rumori, profumi o altro; tutto è rallentato. A poca distanza il Santuario delle Divinità Ctonie, dalla forma circolare, ancor vivo. Vederli vicini, in prospettiva, ti fa sentire solo, con loro.
Corriamo dalla parte opposta; dopo i resti del Tempio di Ercole (impacchettato per restauri, invisibile), il tragitto porta al Tempio della Concordia e ancor piu’ su, sopra la collina, al Tempio di Giunone Lacinia. Se per il primo, l’emozione è tradita dagli ennesimi lavori in corso, i resti del Tempio di Giunone tolgono il fiato. Dall’alto si vede tanto. Troppo.

Gela (CL): Dovevamo arrivare a Capo Passero, ma la stanchezza ci fa deviare su Gela, la città del polo petrolchimico. L’accoglienza dell’ingresso, verde e curato, è respinto dalla decadenza e dalla rovinosa disumanità di parte del lungomare, quella che ci facciamo per cenare. All’Hotel Sole, con vista panoramica sul quel che resta di buono, ci riservano grande affetto. Ceniamo chiacchierando con un ex gallerista d’arte, proprietario del ristorante; in silenzio, la moglie, a sé, davanti alla tv. Parliamo d’arte e di Gela; ci racconta di quanto il petrolchimico abbia sfasciato il futuro a quel territorio. Lo dice senza espressione; almeno fosse incazzato. Guardiamo il mare. Notte.

luc

quale politica?

8 Agosto 2006

si è discusso se il lecito, qua in sicilia, paia misurato sulle necessità, non su leggi o regole; sul fatto che su bisogni personali o familiari si riflettino comportamenti.
a tavola, oggi, si è discusso anche di questo.
a dire il vero, sono stato io a provocare il dibattivo tavolareccio, facendo respirare nell’aria il mio fastidio epidermico nei confronti del berlusconismo e di certa sguaiata propoganda razzista leghista. una battuta, per tastare il polso dei miei commensali, giovani e meno giovani, onesti lavoratori e di gran cuore, di una sconfinata generosità e cuore.

l’exit pool mangereccio, con mio stupore, ha fatto prevalere la destra. Ma non la destra moderata: di quella destra che teme la diversità razziale, la destra che vuole la severità della pena, che intende rafforzare il senso del confine e della italianietà; la destra razzistoide e cattolica; quella destra che dice “prodi mortadella”, “rutelli il belloccio”, “vediamo che fa la sinistra”, “i comunisti sono sciatti”, e tante altre cose. quella destra con cui faccio fatica a dialogare perché distante mille anni dai miei anni. dall’anima e dalle budella.
un’aspetto curioso: un popolo abituato da secoli alla diversità delle culture, un popolo abituato da anni all’emigrazione invece che difendere il diritto sociale si offre al privilegio di pochi, facendo emergere al contempo una leggera dose di qualunquismo e razzismo, nei confronti di chi, oggi, lascia il proprio paese non per turismo ma per salvezza.

e poi scopri che la bella marina di marausa che si offre alle Egadi è straziata da una vera e propria cittadina - la marina di Marausa, annuanciata con tanto di cartello - interamente abusiva.
“sono qua da trent’anni; e chi mi deve dire qualcosa?”

che peccato.
anche questa è sicilia.

luc

prometteva maltempo, e così è stato.
un maltempo - comunque - da sicilia, di vento nodoso che non riesce a travolgere il sole e lo fa respirare. al mare non abbiamo rinunciato.
non ho rinunciato neppure ad una partitella a calcetto su spiaggia, contro una formazione composta da quattordicenni; abbiamo perso miseramente, anche ricorrendo a brogli di punteggio e a ripetuti falli. il fiato non c’è piu’, il fisico non c’è mai stato.

come premio di tanto sforzo, ci è stato offerto un’abbuffata di cassatelle, fresche di produzione da artigiani di Paceco. non sono esperto di cucina, ma di cucinato, ma provo a descriverli ugualmente: panzerottini di pastella fritta ripieni di ricotta e cioccolato. Al riparo da insulti di esperti culinari, non posso che augurarvi, almeno una volta nella vostra vita, un assaggio ripetuto, ovvero un bis a poca distanza. realmente divini. dentro c’è tutta la sicilia; generosamente dolci e fortemente morbidi.

un buon riposo, cena con carnezzeria e poi Erice, vero e proprio gioiello addormentato sulla sommità dell’omonimo monte, che pare far da sentinella a Trapani. ci son voluti quindici minuti prima di raggiungerla, avvolta da una robusta e vivida nebbiolina. abitata dal V secolo a.c., Erice sa di mistero ancor piu’ di notte, quando tutto pare senza tempo. strade, stradine e viuzze, piccole piazzette e tante corti, anch’esse misurate. tutto pare ben disposto, perfino l’innaturale vento che ci passeggia accanto. Erice ti confonde perché ti rende protagonista; ti fa sentire dentro una favola. gli odori sono tanti, tra cous cous e genovesi (altro dolce tipico), tra marsala e vini liquorosi, tra ceramiche appena tinte e caffé, perché tutto ti si offre teatralmente, seppur in maniera composta.

scendiamo felici, io e samy; umidi di nebbia.
prendiamo per marsala.
là, lungo la via del sale a ridosso della città del vino liquoroso, sappiamo che fin da mezzanotte è aperto un panificio artigianale, o meglio un vero e proprio spaccio di tutte le specialità dolci e salate della sicilia, Dara, un vero e proprio santo patrono del territorio, oggetto di culto. giuro di non aver mai visto una cosa simile: posto in mezzo ad un folto uliveto, questo forno rimane aperto tutta la notte. Il bancone di spaccio ne blocca l’ingresso. un via vai continuo ed incessante di gran cerimonieri del gusto, di un popolo di baccanali notturni, rende omaggio a questo monumento dionisiaco.
abbiamo chiuso la nottata divorando cardinali e panzerotti con salame piccante; un piacere al limite del lecito. alle due di notte, un caffé, tanto per gradire.

questa è sicilia.

luc

egadi, sullo sfondo

5 Agosto 2006

avere le egadi davanti agli occhi da una strana sensazione di forza, e di energia. sarà la poca distanza, accentuata da una mareggiata che ha ridotto lo spazio visivo.
sono a marausa, piccolo centro della provincia di trapani che gode di una marina delicata.
qua non c’è niente di turistico, se non il minimo indispensabile; solo per cortesia.
poca gente, soprattutto del posto o chi torna in queste luoghi da emigrante.
tra gli ombrelloni, al bar e nei negozi domina il dialetto.

la frenesia turistica d’agosto pare non condizionare le abitudini; tutto è calmo, perfino il caldo.
mangio un bel panino con le panelle, una delizia; una sorta di cecina livornese fritta e tagliata a quadretti, ben salata e pepata e messa dentro il pane locale.

mi piace gustarla con i piedi bagnati.
e con davanti le egadi.
luc

Non potevo arrivare a Villa San Giovanni e traghettare per Messina senza aver visto i Bronzi di Riace; me lo ero ripromesso e così è stato. Reggio ti accoglie dando subito confidenza, facendoti scivolare verso il centro. Arrivi al Museo, sotto e dietro il Museo Nazionale, senza neppure renderti conto di essere in una città di mare; il lungomare lo si avvista solo da lì, per la prima volta.
Dopo una lunga ed interessante camminata da reperti archelogici e testimonianze che tracciano la storia della città, si arriva alla sala sotterranea che ospita questi due guerrieri, dèi pagani.
L’emozione è tanta. La sala è lasciata a loro (fanno eccezione due resti di statue, due volti meravigliosi), una stanza ampia; su due piedistalli saldati su un basamento, paiono lì da sempre, come se desiderosi di prender parola e movimento.
Viene subito alla mente il David di Michelangelo, per la plasticità delle forme, per il movimento del corpo e del bacino, per l’espressività del corpo, per la sua elegante forza.
Ma ci sono duemila anni di distanza, tra Michelangelo e quel guerriero pagano senza nome e senza autore. Duemila. Duemila, mi ripeto piu’ volte. Duemila anni.

Sono due guerrieri, due figure divine, create quando ancora si viveva da pagani. E’ per questo che non hanno volto vivo, non esprimono sensazioni; rimandano a Piero della Francesca, pittore dell’indifferenza.

Torno in sala piu’ volte, per rivederli, dopo aver letto i pannelli con cenni storici relativi al loro ritrovamento, del 1972, anno che mi ha visto nascere.

Esco fuori in silenzio. E fuori c’è il sole, il sole di agosto. E la gente di Agosto, che va verso spiaggia. me ne torno in macchina; e poi sicilia; trapani; ma con loro nel cuore

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