Oggi se n’è andata Oriana Fallaci, per sempre. Basta con i viaggi, le cronache, le sue lettere aperte, le sue guerre, le sue sfide. Basta con le sue opinioni forti, con cui spesso sono stato in disaccordo. Basta con la sua voce, la sua personalità.

A volte bastano dei gesti per raccontare una persona, a fare un ritratto. L’intervista all’Ayatollah Khomeini senza chador fu un segno, una testimonianza che rende eterni. Un gesto da donna libera e fiera, di coraggio, quel coraggio che ha dimostrato di esercitare fisicamente già a sedici anni partecipando al movimento clandestino alla resistenza nazifascista.

Oriana ha voluto sempre stare laddove si giocavano i destini della storia. La voleva vedere da vicino la storia, per raccontarla alla sua maniera, per descriverla e per viverla. E riviverla. Corrispondente nel Vietnam alla fine degli anni sessanta era in America in occasione della morte di Martin Luther King e di Bob Kennedy. Il ‘68 l’ha vissuto tra il nuovo ed il vecchio continente e s’è trovata vicina alla posizione di Pier Paolo Pasolini, suo vecchio amico. Tra le altre cose, fu la prima a pensare ad un movente politico per la sua uccisione.

Oriana l’ha vista da vicino la storia e l’ha amata. L’amore l’ha dato a chi ha vissuto anch’egli la storia con militanza, per la libertà. La sua grande storia d’amore l’ha dedicata a Alekos Panagulis, leader della Resistenza greca contro il regime dei Colonnelli.

La polemica contro l’islam l’ho trovata fin troppo nervosa. S’è fatta odiare. Ha spezzato quel rapporto fiduciario condiviso con tutti coloro che l’hanno seguita a fianco del pluralismo culturale, della libertà d’espressione, al fronte. Sapevo della sua malattia. Egoisticamente ho sempre sperato di ritrovare una Fallaci nuovamente militante su quei forti valori di resistenza alla stupidità.

Forse non c’è stato tempo. 

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