anche se le energie fisiche sono quelle che sono dopo l’andata e ritorno Terni / Vicenza / Terni, dopo un bel pranzetto familiare (la mamma celebra se stessa con un risotto agli asparagi a dir poco clamoroso) passo per Orte a prendere Urko e raggiungo Roma per assistere al concerto di Chick Corea e Gary Burton.
Prima di entrare nel merito del concerto, ci tengo a ringraziare l’ufficio stampa Massimo Pasquini per avermi permesso di godere la musica in prima fila ed in posizione centrale, tanto da avvertire il respire e la tensione degli artisti sul palco.
Partiamo dalla notizia: il Tour è stato creato per celebrare i 35 di Crystal Silence, inciso per la ECM e considerato tra i grandi monumenti espressivi del novecento, dialogo tra due strumenti - pianoforte e vibrafono - raramenti vicini. Non poca cosa.
La qualità messa sul palco è stata altissima, a livello espressivo e tecnico, ma alla fine il piacere provato è offuscato dalla sensazione di aver assistito ad un’occasione mancata.
Almeno personalmente, il repertorio mi è sembrato fuori luogo: sono stati attraversati flussi estetici fin tropo eterogeni con omaggi a Monk, Bill Evans, Aleksandr Skrjabin (tra l’altro con spartiti davanti agli occhi che hanno impedito scioltezza di espressione) e Duke Ellington, senza - alla fine - rendere omaggio al festeggiato, l’album Crystal Silence.
In verità, proprio alla fine, Corea e Burton hanno dato il meglio di loro riportando alla luce la piccola suite omonima, ed è stata standing ovation.
Comunque sia, grandi maestri.
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