Si parte in ritardo, per il primo di piu’ giorni dedicati alla sicilia. Prendiamo per Mazara del Vallo. Colpisce oltremodo la regolarità e la bellezza dell’orizzonte collinare, basso e non capriccioso. La coltivazione prevalente è la vite, tracciata con cura, tra terre incolte ma pulite e pochi ulivi; l’occhio può correre su quei filari dolcemente, senza fatica.
Selinunte (TP):
Passata Segesta – già conosciuta e comunque da rivedere - in poco meno di un’ora troviamo Selinunte, parco archeologico il cui insediamento originario venne stabilito nel VII secolo a.C. ed il cui nome deriva dal fiume Selinos (l’attuale Modione). La posizione del Tempio, a destra rispetto all’ingresso, impone forti emozioni. Da subito. Le pietre stesse che giacciono senz’ordine in basso, per lunghi metri, hanno una forza prepotente. Ne nasce una confidenza, tanto da farti sentire partecipe delle tragiche sorti di quelle civiltà. Tutto è immerso nel verde, come me, tra templi e santuari. Si vede il mare, tra quelle maestose colonne doriche.
Sciacca (AG):
Era in programma, perché lungo il percorso che deve portarci ad Agrigento. Dopo Menfi. Sciacca si raggiunge dall’alto, bruscamente sul mare. E’ facile perdersi, e la mancanza di indicazioni testimonia un disinteresse al turismo. Chiediamo indicazioni sul centro storico; ci suggeriscono la migliore granita siciliana, al Bar Roma di Aureliano, roba da non perdere, laggiu’ a marina vecchia, al porticciolo. Parcheggiamo tra secchi di pattumiera e una rimessa automobilistica. C’è poco di bello, se non un sorriso pulito del ragazzo di bottega. C’è solo un gusto, al Limone; ne chiediamo due, con brioche; non ricordo un piacere simile. Un sapore fresco, intenso, colorato. Prendiamo una terza brioche e la inzuppiamo nel brodo di limone secco e ghiaccio rimasto in fondo al bicchiere.
Valle dei Templi (AG):
Quella della Valle dei Templi è una storia di storie che si intrecciano per secoli lungo una vasta area collinare. Manca qualcosa, sin dall’inizio. Dall’ingresso, un ingresso senz’amore, senz’anima, gestito disumanamente. La valle è tagliata in due e se vogliamo visitarla tutta dobbiamo correre da una parte all’altra, cercando di attraversare una carreggiata già di per sé congestionata dal traffico. Ci accoglie subito uno dei colossali Telamoni che decoravano il Tempio di Giove Olimpico; scopriamo che è un calco, ma l’emozione è tanta. Scendiamo, verso i resti del Tempio di Castore e Polluce; rimangono quattro colonne e poco piu’, ma confondono i pensieri. Non ricordo rumori, profumi o altro; tutto è rallentato. A poca distanza il Santuario delle Divinità Ctonie, dalla forma circolare, ancor vivo. Vederli vicini, in prospettiva, ti fa sentire solo, con loro.
Corriamo dalla parte opposta; dopo i resti del Tempio di Ercole (impacchettato per restauri, invisibile), il tragitto porta al Tempio della Concordia e ancor piu’ su, sopra la collina, al Tempio di Giunone Lacinia. Se per il primo, l’emozione è tradita dagli ennesimi lavori in corso, i resti del Tempio di Giunone tolgono il fiato. Dall’alto si vede tanto. Troppo.
Gela (CL):
Dovevamo arrivare a Capo Passero, ma la stanchezza ci fa deviare su Gela, la città del polo petrolchimico. L’accoglienza dell’ingresso, verde e curato, è respinto dalla decadenza e dalla rovinosa disumanità di parte del lungomare, quella che ci facciamo per cenare. All’Hotel Sole, con vista panoramica sul quel che resta di buono, ci riservano grande affetto. Ceniamo chiacchierando con un ex gallerista d’arte, proprietario del ristorante; in silenzio, la moglie, a sé, davanti alla tv. Parliamo d’arte e di Gela; ci racconta di quanto il petrolchimico abbia sfasciato il futuro a quel territorio. Lo dice senza espressione; almeno fosse incazzato. Guardiamo il mare. Notte.
luc
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