Non potevo arrivare a Villa San Giovanni e traghettare per Messina senza aver visto i Bronzi di Riace; me lo ero ripromesso e così è stato. Reggio ti accoglie dando subito confidenza, facendoti scivolare verso il centro. Arrivi al Museo, sotto e dietro il Museo Nazionale, senza neppure renderti conto di essere in una città di mare; il lungomare lo si avvista solo da lì, per la prima volta.
Dopo una lunga ed interessante camminata da reperti archelogici e testimonianze che tracciano la storia della città, si arriva alla sala sotterranea che ospita questi due guerrieri, dèi pagani.
L’emozione è tanta. La sala è lasciata a loro (fanno eccezione due resti di statue, due volti meravigliosi), una stanza ampia; su due piedistalli saldati su un basamento, paiono lì da sempre, come se desiderosi di prender parola e movimento.
Viene subito alla mente il David di Michelangelo, per la plasticità delle forme, per il movimento del corpo e del bacino, per l’espressività del corpo, per la sua elegante forza.
Ma ci sono duemila anni di distanza, tra Michelangelo e quel guerriero pagano senza nome e senza autore. Duemila. Duemila, mi ripeto piu’ volte. Duemila anni.
Sono due guerrieri, due figure divine, create quando ancora si viveva da pagani. E’ per questo che non hanno volto vivo, non esprimono sensazioni; rimandano a Piero della Francesca, pittore dell’indifferenza.
Torno in sala piu’ volte, per rivederli, dopo aver letto i pannelli con cenni storici relativi al loro ritrovamento, del 1972, anno che mi ha visto nascere.
Esco fuori in silenzio. E fuori c’è il sole, il sole di agosto. E la gente di Agosto, che va verso spiaggia. me ne torno in macchina; e poi sicilia; trapani; ma con loro nel cuore
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